Potere e pastorato cristiano

19.12.2012 16:43

 

Un’obbedienza al potere necessaria ad avvallare la gestione e l’ordine in una società o in una comunità pastorale si può paragonare a quell’episodio della vita di Giovanni in

cui gli fu ordinato di innaffiare un bastone piantato nel deserto, in un punto molto distante rispetto alla sua cella, per ben due volte al giorno. Ed egli lo fece. E così facendo si assicurò la santità. Il bastone secco, invece, non fiorì. E se non l’avesse fatto? Se non avesse obbedito agli ordini del suo superiore? Di certo, Giovanni, non avrebbe ripetutamente compiuto un gesto privo di senso: <<l’obbedienza perfetta consiste nell’obbedire a un ordine, non perché sia ragionevole o perché assegni un compito importante, ma al contrario, proprio perché è assurdo>>.

Quella che si delinea all’interno di tale specifico ambito è un’obbedienza assoluta, pura; ci si mette alla totale dipendenza di qualcun altro: <<la specificità del cristianesimo consiste pertanto in quella che chiamerei l’economia dei meriti e dei demeriti>>. Il pastorato cristiano è un’arte di “governare gli uomini” <<ed è sotto questo profilo che occorre ricercarne l’origine […] il germe embrionale della governamentalità>>.

Il momento che Foucault designa come la nascita dello stato moderno, infatti, è da rintracciarsi  tra il XVI e il XVIII secolo: in questo intervallo di tempo <<la governamentalità diventa effettivamente una pratica politica oggetto di valutazioni e di riflessioni>>. Tra il  XIII  e il XVIII secolo, in Occidente, è emersa, caratterizzandosi nelle diverse epoche, una grande battaglia nei confronti del problema pastorale. Tuttavia, quest’ultimo, non è mai stato abolito, neanche in quel XVIII secolo che viene indicato da Foucault come la sua fine. Anzi, tale potere è andato consolidandosi anche e attraverso l’istituzionalizzazione della Chiesa, dove il tema del pastore acquisisce autonomia e fondamentale importanza. Nonostante ciò <<per tutto il cristianesimo il potere pastorale è rimasto distinto dal potere politico>>, anche se si determineranno tutta una serie di interferenze, conflitti e appoggi che porteranno ad un loro profondo intreccio che sarà una caratteristica della realtà storica dell’Occidente. Il governo, considerato in relazione al potere pastorale, inteso come attività attraverso la quale condurre e guidare gli individui è sorto, tuttavia, in Oriente ed è stato poi assorbito dall’Occidente attraverso il cristianesimo.

Analizzando tutto ciò, partendo dai testi di Platone, e considerando il pensiero della grecità emerge tutt’altro aspetto: <<il rifiuto della metafora del pastore>>. L’uomo politico deve possedere l’arte del tessitore; deve, cioè, poter contare sia sull’ausilio di altre forze e di altri elementi sia sulla propria capacità di saper intrecciare tali diversi “tessuti”: solamente così tutta la popolazione dello stato potrà vivere nella concordia e nell’amicizia. 

 

Nell’obbedienza greca (a differenza di quella cristiana in cui se c’è uno scopo, questo si traduce nella mortificazione della propria volontà) vi è sempre un fine: <<se in Grecia qualcuno si sottomette a un maestro di filosofia lo fa per riuscire a essere un giorno maestro di sé, e nel diventare maestro di sé rovescerà il rapporto di obbedienza>>.

Tutto questo discorso sul potere e sull’obbedienza come si relaziona al nostro presente? Come si rapporta al nostro “viver politico”? La nostra obbedienza ad un governo come si risolve in rapporto alla nostra libertà, alla nostra volontà?